30/09/07

Espiazione

PISTOLE DA SCRIVERE
Le parole sono proiettili che trapassano corpi e distruggono vite quando le si scaglia ignari del grande potere che hanno.
Una dimensione alternativa, parallela prende il sopravvento, siamo davanti alla finta realtà che man mano si sostituisce a quella effettiva, l'immaginazione regna negli occhi di Briony, le parole sono la stretta conseguenza della visione distorta del reale.
Battere a macchina è dar vita ad una fiction, un costruire strade alternative alla verità (per non lasciare il pubblico con l'amaro in bocca). Non a caso il film è accompagnato dal tintinnare dei tasti, un suono che allude allo sparo del romanzo "da fuoco". Costruire un ponte che riporti queste strade sulla via maestra dell'autenticità spetta alla Briony "umana" e non alla Briony artista.

Difetti ne ha, e purtroppo non trascurabili. Se nella prima parte il film è ben strutturato, tende a diventare frammentario e confuso nella seconda metà. La palla che rimbalza nella dimensione spazio-tempo in questo caso finisce con lo schizzare troppo in alto, la sua traiettoria non è controllata a dovere. Le sequenze dedicate alla guerra sono poco efficaci e in netto contrasto con la parte strettamente melò (che resta preponderante, finisce con l'offuscare, suo malgrado, il resto). Il discreto piano sequenza di 5 minuti altro non è che un eccessivamente lungo e evitabile esercizio di stile.
Un ottimo esempio di cinema "popolare" che quando gioca a farsi "d'autore" ne esce sconfitto.
Mi ha messo una gran voglia di leggere il libro, e questo è più che positivo. E mi ha anche emozionato (specie nel finale), ma i dubbi restano. Averne, comunque, di film così.

[sei e mezzo]

27/09/07

Una tomba per le lucciole

Giappone 1988 Di: Isao Takahata Durata: 95 minuti circa


Come Van Helsing a Dracula, Takahata infila un paletto nel cuore dello spettatore.
Un dramma che blocca il fiume del sorriso con la diga del dolore.
Una sofferenza totale, penetrante, una freccia scagliata dall'arco della guerra contro il sorriso di un bambino, non ci si può scansare, no.
Le lucciole illuminano la speranza salvo poi essere schiacciate da mani, ora palpabili, ora invisibili, umane, celesti, che accarezzano a forza di schiaffi.
Un realismo scioccante, forse mai raggiunto da una pellicola d'animazione (questo film mette i nostri occhi innanzi alla guerra, e li pugnala a sangue) e un quadro assai duro, che senza freni ostenta l'umanità distrutta tracciando la storia di due bambini che non dovrebbero soffrire così, affrontando da soli gli orrori che a volte la vita presenta, senza il conforto di una famiglia ma con il pugno della fame sempre pronto a colpire in pieno viso.
Una vanga continua a scavare negli abissi perchè salvagente non v'è, e nemmeno un ramo al quale appigliarsi.
Una scatola di caramelle la cui dolcezza si consuma lentamente, dopo aver "diluito" il poco che resta un gusto amaro pervade la bocca.
L'innocenza viene sacrificata sugli altari della patria, la ricompensa è la sconfitta.
Luce pallida e buio avvolgente: con l'ingresso nell'oscura caverna della vita nessuna torcia ci viene fornita.
Fiabescamente reale, atroce anche nei momenti di leggerezza, così crudo che a qualcuno potrebbe addirittura risultare eccessivo.
Non è sbagliato parlare di poesia, in questo caso.
Fortemente consigliato.
[nove]

25/09/07

Funeral party

Un film di: Frank Oz Durata: 85 minuti circa

Una (in parte slapstick) comedy fondata sugli equivoci, sull'irriverenza, che rovescia con sarcasmo i tabù sessuali così sorprendente proprio non me la sarei aspettata.
Ci mette un po' a partire ma quando ingrana la quinta avanza con un ritmo indiavolato fino alla fine. Le situazioni comiche e paradossali si susseguono una dopo l'altra e non sarebbe giusto nei vostri confronti anticipare qualcosa.
Non vi sono protagonisti, ma una vasta galleria di personaggi (tutti interpretati in maniera magistrale) che si amalgamano come leghe metalliche fuse in un crogiolo.
Una pellicola briosa, gestita brillantemente, che contrappone sapientemente l'humour alla tragedia e piacevolmente volgare (abbasso i tabù!).
Di più, davvero, non posso aggiungere, vale ampiamente il prezzo del biglietto.
[sette]

24/09/07

Strumenti per la didattica

Parlando proprio ieri col conte di traumi cinefili scolastici mi sono tornati in mente parecchi se vogliamo "intoppi" che sin dalla tenera età contribuirono a tenermi alla larga dal Cinema.
Come non ricordare, ad esempio, la visione di "Marnie" di Hitchcock in prima media?
Sconvolgente!
Ma il film che più mi ha terrorizzato resta, sicuramente imbattuto, "Arrivederci ragazzi" di Louis Malle. Ogni professore ritiene giusto propinarlo ai nuovi allievi da queste parti, almeno una volta l'anno, ergo a me è toccato vederlo la bellezza di cinque volte nell'arco della mia vita.
Ancora adesso ne risento, ho paura di Louis, che sia mal(l)detto, per anni ho creduto che sarebbe venuto a rapirmi con il sacco nero!
Il problema non sta nel film stesso, che di per se mi piacque anche, ma nella scarsa originalità delle proposte, nessun prof (o quasi, ma ne riparleremo dopo) si azzarderebbe mai a mostrarvi qualcosa che non sia un "classico" o che in qualche modo fuoriesca dal supremo "programma ministeriale" (dopo aver scoperto che, dopo sei mesi di Dante, con tutto il rispetto, Calvino non fosse incluso nei programmi, mi sono "leggermente" alterato).
Se, ad esempio, mi avessero fatto vedere "i quattrocento colpi" di Truffaut (e che nessuno venga ad obiettare o mi incazzo ^^) credo che mi sarei avvicinato molto prima al cinema.
Altro film, che mi avrebbe allontanato per sempre dal cinema italiano, fu "Il gattopardo" di Visconti.
"Dovete imparare che il cinema non è fatto solo di quelle americanate che guardate voi!"
Il risultato?
"Cazzo, guarda, ma quello non è Terence Hill?"
Stop.
A cosa è servito farmi vedere un Visconti a 16 anni, frammentandolo in 3 "puntate", fornendomi un'interpretazione univoca, alla quale io comunque non sarei stato in grado di arrivare? Assolutamente a niente!
Servirebbe una sorta di "educazione all'immagine", così invece non si fa altro che allontanare lo studente\involontario spettatore dalla settima arte.
Non vogliamo, infine, dedicare il dovuto spazio a quello che ora è uno dei miei film prediletti?
"Il favoloso mondo di Amelie" mi fu fatto vedere (in francese) in condizioni a dir poco penose: saltando alcune sequenze per la fretta (e ritornando sulla sequenza della scopatina nel cesso, perchè ovviamente poteva far presa, se non cinematografica almeno ormonale!), in modo troppo frammentario e soprattutto con il commento tecnico del regista al posto dei sottotitoli (quel discorso può funzionare ad una visione successiva del film, non certo alla prima!).
Il risultato fu quello di farmi disprezzare una pellicola che, rivista due anni dopo, mi avrebbe emozionato come non mai.
Qualcuno però (e per fortuna) qualche via "alternativa" la tenta ancora:


Ed ora, ditemi voi, ricordate qualche esperienza scolastica traumatica?

23/09/07

Il rullo compressore e il violino

Regia: Andrej Tarkovskij Durata: 45 minuti circa


Questo mediometraggio di Tarkovskij è la prova d'esame che lo diplomò alla VGIK di Mosca.
Sasha, giovanissimo violinista, stringe amicizia con Sergej, un operaio addetto al rullo compressore. Sasha si trova per la prima volta a dover affrontare il mondo esterno: scopre il valore del lavoro e si trova a dover difendere un bambino da un bullo. Il fanciullo regala a Sergej un piccolo saggio del suo talento durante la pausa pranzo, e i due si danno appuntamento per andare al cinema. La madre di Sasha, inflessibile, impedisce al bimbo di presentarsi all'appuntamento che immagina dunque di rincorrere lungo il piazzale il rullo compressore dell'amico operaio.
Seppur sia un'opera decisamente "scolastica" denota già il carattere anticonformista dell'autore.
Gli oggetti (e le persone) non vengono sempre catturati direttamente, ma vi è una marcata tendenza a utilizzare le immagini riflesse (ad esempio da uno specchio d'acqua) e la rifrazione della luce in fasci (sdoppiamenti di immagine).
Col il suo solito lirismo Tarkovskij ci parla dunque delle difficoltà dell'infanzia, del rapporto maestro-allievo. Più che il contenuto ciò che colpisce del film sono sicuramente lo stile, la sua reale surrealità, la sua finezza soave.
Avrei voluto vedere le facce dei professori!

[sette e mezzo]

21/09/07

Severance - tagli al personale

Un film di Christopher Smith

Incredibile come horror e british humour possano fondersi senza darsi (troppo) fastidio l'un l'altro.
In questo melting pot di generi ad avere la meglio è comunque la componente umoristica (che fa un po' da filo conduttore per buona parte della durata del film), mentre la parte prettamente gore lascia un pochino perplessi.
Certo i meccanismi del terrore sono oliati a sufficienza, di tagli, tagliuzzi, taglietti ve ne sono a volontà, ma di questo film si ricorderanno sicuramente più le risate che non le urla.
Interessante il gioco "sdrammatizzante", una palla che rimbalza da muro a muro, che in qualche modo riesce a spiazzare grazie a continui ribaltamenti.
Il finale è semplicemente geniale.
Vi è pure una metafora politica. La legge del contrappasso viene applicata ai fautori della guerra e la "difesa" (col pretesto della lotta al terrorismo) porta solo ad altra distruzione di massa (come ben ci mostra l'incredibile sequenza dell'abbattimento dell'aereo).
Discreto e godibile.
[sei]

20/09/07

Hiroshima mon amour


Piccola e sentita dedica ad un'amica speciale (della quale posso dirvi che risiede nella comunità europea, ma nulla più).
VISIONI (BIN)OCULARI
Occhio, cannocchiale proiattetato in direzione del disastro atomico.
Le immagini ci schizzano addosso ma possono solo essere captate, non vissute. "Tu non hai visto nulla". Noi non possiamo capire a fondo cosa sia quel male perchè non ne abbiamo una reale coscienza. Divoriamo le immagini con lo sguardo, ma cosa ne sappiamo di Hiroshima?
Rimasto cieco, abbagliato dalla bellezza delle pennellate di Resnais, lo spettatore viene chiamato a vivere la vicenda, che ora si sposta sul piano amoroso.
AMORE (IM)POSSIBILE
Distanze terametriche diventano microscopiche. Dovranno tornare infinite.
Amore impulsivo, atomico, che esplode con una forza tanto strepitosa quanto breve.
Un'amore impossibile perchè non vi può essere abbandono della dimensione "reale" (la propria vita "normale"), perchè le distanze spaziali rendono impossibile al ragno l'unione delle due tele.
Ci si ricerca per le piazze, nelle vie, in un caffè e infine in una sala d'attesa. Folle rincorsa ad un tempo che sta per esaurirsi.
La notte non intende spegnersi, l'ultimo buio sarà eterno.
NEVERS, PROIEZIONI MENTALI
I ricordi che i due si portano dentro affiorano pian piano.
Lui divora voracemente quelli di lei, vuole viverli, vuole penetrarla (i doppi sensi sono vietatissimi).
Lei, a Nevers, sua città natale, amò un uomo che vide morire davanti ai suoi occhi. Lei, sempre a Nevers, perse completamente il senno. Lei, ora a Hiroshima, riscopre l'amore e ritorna indietro con la mente. Dopo anni di caccia al tesoro, eccolo, davanti a lei, il gioello per cui perse la testa.
MEMORIA SEPOLTA DALL'OBLIO
Viene scavata una buca profonda ove poter seppellire i ricordi. Purtroppo essi sono parte intergrante della nostra vita, si disotterrano.
Un'intera città torna a vivere nella mente e nel cuore di una donna.
Tra Hiroshima e Nevers nasce un parallelismo, che ci indica quanto sia importante la memoria.
Coscienza storica e "biografica" che tende ad essere cancellata con gli anni, lenta distruzione alla quale bisogna opporsi.
La mano dell'oblio, purtroppo, avrà qui modo di tirare il suo schiaffo.
CONSIDERAZIONI FINALI
Resnais usa Hiroshima come sfondo per raccontare una storia d'amore, Resnais mette l'amore sullo sfondo e ci parla di Hiroshima.
Questo grande dialogo (e al contempo monologo) poetico di Resnais è una dolce "perquisizione" di luoghi, di personaggi, della coscienza. Una esplorazione del passato (intimo o collettivo che sia), una sonata per la viola del nostro cuore.
Capolavoro senza tempo.

16/09/07

Million Dollar Baby


DOLORE SOTTOCUTANEO
Le gocce di sangue colano inesorabilmente, una ad una, e tracciano il percorso intrapreso da Eastwood. Parlare di Million Dollar Baby è impossibile senza dare il giusto spazio al dolore (dentro/fuori, ring/vita).
La vita è un ring in cui facciamo a pugni con noi stessi. Destro, sinistro, finisci a terra, parte il conteggio, quante volte riuscirai a rialzarti prima del K.O.?
E se il dolore offre la possibilità di risollevare finalmente il capo è il caso di soffrire col sorriso sulle labbra.
Il dolore è acqua e fuoco (elementi ora indistiunguibili) , acqua che arde la carne, fuoco che rinfresca l'anima.
La parabola Eastwoodiana sul dolore non ha qui vertici, cresce senza freno, accarezza il film fotogramma per fotogramma.
L'uomo è destinato ad eterno pianto, la sofferenza è il suo respiro.
Se il dolore può portare sugli altari della gloria è anche in grado di trascinare negli abissi ospedalieri.
SOGNI, RIVINCITE
Vita mediocre, sogno incantevole.
Il sogno nel cassetto inizia a stare scomodo.
Per quanto la si possa prendere a colpi d'ascia la speranza non crolla.
I sogni ululano (il pubblico urla), il grido è incessante, penetra l'orecchio e lo distrugge, giunge nel cervello e lo martella.
Perchè non rincorriamo i nostri più profondi desideri ma li lasciamo fuggire?
Sono loro a correre troppo veloci o le nostre gambe troppo stanche?
Perchè il sogno si tramuti in realtà è necessario crederci.
RINASCITA, "ROTTURE DEL CASO"
La vita di Maggie distrutta, ricostruita, ridistrutta.
A che vale vivere nel profondo dell'oceano quando anche per un solo istante si può salire sull'Olimpo?
Ribaltamenti.
La realizzazione del "dentro", definitiva, porta alla distruzione del "fuori".
Sorriso, pianto, lacrime agrodolci.
Il giocoliere lancia le sue palline in aria ma all'improvviso una cade al suolo.
Pugni allo stomaco.
ORTODOSSIE
Eastwood ci parla di soluzioni difficili, delle quali dobbiamo rispondere a noi stessi soltanto.
La guerra di secessione tra il dogma e l'antidogma vede il primo alzare bandiera bianca e ridere della vittoria del secondo.
Non sappiamo a priori se le nostre azioni possano essere acqua o benzina per il fuoco che ci arde dentro.
La teoria non serve a nulla (i dialoghi tra il Frankie e il prete sono illuminanti sotto questo punto di vista) davanti ad una decisione da prendersi col cuore.
"PADRE E FIGLIA" (no, non è un film di Sokurov)
Rapporti parentali a circuito chiuso, fili ad alta tensione oltre i confini di sangue ne riaprono altri.
Ritrovare in un'altra persona ciò che si era perso, guardarla negli occhi e costruire un legame di sangue.
Adozioni.
I film di Eastwood sono come un buon paio di jeans, non vanno fuori moda, resistono al tempo e all'usura (quante volte potreste guardare MDB nell'arco della vostra vita?).
Million Dollar Baby non è assolutamente furbo e "strappalacrime", ma la giusta continuazione del percorso intrapreso dall'autore (in particolare è la perfetta prosecuzione poetica dello splendido Mystic River).
Molto "orizzontale", anche nella descrizione della sofferenza, segue una poetica armoniosa e lineare, priva di contrasti.
Non è assolutamente un film sull'eutanasia.
Che dire di Eastwood, della Swank, di Freeman? Semplicemente perfetti.

14/09/07

I Simpson - Il film

Di David Silverman Durata: 87 minuti


La prima domanda che ci si può porre è: siamo di fronte ad un'opera cinematografica o semplicemente ad un "episodio televisivo allungato"?
La risposta è la seconda (seppur con qualche variazione stilistica, che comunque non discosta il film dal suo abituale "format").
Ma questo poco importa, perchè l'episodio è una ventata d'aria fresca, che ci riconcilia ai Nostri "gialli".
Non graffia come i migliori episodi (il "politically scorrect" non latita, comunque), ma vi è tutto un insieme di gag irresistibili (soprattutto visive).
Ha un alto valore intrattenitivo, e sotto questo aspetto ha pochissimi difetti (la sceneggiatura è molto "solida"), anche se una durata leggermente minore gli avrebbe certamente giovato.
Ha il grande merito, comunque, di "riempire" un'ora e mezza, dando un ottimo ritmo alla vicenda e sostenendola con repentine e continue trovate.
Poco importa che i temi portanti della serie (l'odio Homer-Flanders e via dicendo, per capirci) siano presenti anche qui, perchè non si tratta di "riciclo" ma di una vera e propria rielaborazione.
Se siete grandi fan dei Simpson, questo film non può che piacervi.
Un avant-pop-corn movie. Uno dei più divertenti dell'anno.
[sei e mezzo]
P.S: spider-pig sarà uno dei tormentoni di questa stagione!

13/09/07

Collusioni e collisioni

LE ORIGINI DELLE SPECIE: ANG LEE E I FRATELLI LUMIERE

Mentre affilavo la mia collezione di coltelli (miracle blade serie perfetta) per prepararmi alla ventura visione di Lust Caution, ho visto "I segreti di Brokeback Mountain".
Mi stavo chiedendo come un film così anti-moderno, "vecchio" (per capire bene cosa intendo vi rimando qui) avesse potuto ricevere il massimo premio da parte della giuria di Venezia.
Ragioni di marketing? No, suvvia, siamo in Italia!
Scartata dunque la prima ipotesi sono passato ad un metodo che profuma di Darwin per giungere nel brodo primordiale del cinema.
Anche il cinema, come il Dracula di Stoker rispetto all'uomo, ha subito un'involuzione?
In mio aiuto sono arrivati i mitici fratelli Lumière.
Certo, il film di Ang Lee è più evoluto stilisticamente (guardate qui, è una semplice prospettiva diagonale di un binario), ma questo è normale (sono passati cent'anni!) eppure come idea di cinema è addittura precedente.
Senza pensare alle invalicabili barriere temporali il taiwanese ha dunque addirittura anticipato i Lumière!
Ecco, questo voler tornare indietro quando invece l'arte si evolve, dura critica di Ang Lee nei confronti dell'evoluzionismo (strizzando, sia ben chiaro, l'occhio al botteghino) lo ha portato alla vittoria. Un film così piatto, perfino anacronistico, ammuffito è in realtà apologo di un ritorno al cinema "vergine".
Ma perchè i Lumière si sarebbero vergognati di Ang Lee?
Cosa manca, che loro avevano e che lui non ha più?
Semplicemente la passione, una grande passione (guardate qui, se non ci credete).
Avendo voglia di un film moderno mi sono spostato di qualche annetto rispetto all'opera dei fratelli, giungendo nel 1902.
"Il viaggio nella Luna" di Méliès, opera modernissima a dispetto degli anni che si porta in spalla, un corto che in quanto a inventiva è una spanna sopra all'opera di Lee (eppure siamo tornati indietro di cent'anni! Darwin si sarebbe strappato i capelli, questo è certo!)

A TRIP TO THE MOON


Questo viaggio fantastico, che si ispira fortemente a Jules Verne (ed anche al grande H.G.Wells), consta di 3o quadri.
Un film molto evoluto, costoso, sfarzoso nei costumi e dalla stupenda scenografia lunare.
Questo è cinema che punta all'occhio più che al cuore, a meravigliare lo spettatore.
Stupisce ancora, e molto, questa idea di cinema puro, incontaminato, che racconta.
La tecnica, l'inventiva, la fantasia, una messa in scena quasi burlesca.
Soprattuto un cinema che avvolge e trasporta, un vero e proprio trip.
L'obice conficcato nell'occhio del satellite è rimasto nell'immaginario collettivo ed è sicuramente una delle invenzioni visive più potenti del film.
Una favola innovativa, paradossale, chimerica che stuzzica in modo positivo il nervo ottico.
Assolutamente geniale.

12/09/07

Ci mancherai


Qui la notizia del tragico evento...
E ora come li scrivo i post?
(ultima cazzatina ^^ ora si riprende col cinema!)
comunicazione di servizio: utilizzerò il mio nick splinder anche qui (honeyboy ovvero dome) in attesa che edo torni (incitatelo!!)

11/09/07

Dove sta il senso? Non v'è

OVVERO: il prossimo spot del ministero contro l'utilizzo di droghe

Mi ricordo che un giorno, mentre nuotavo negli agghiaccianti mari del Nord, decisi di abbandonarmi al dolce rumore delle onde.
"Ciao!"
"E tu chi saresti?"
"Io sono te!"
"Scusa, non ti avevo proprio riconosciuto".
Inabassatomi ormai in quelle fredde acque la facoltà di vedere la luce mi fu tolta. Gli occhi all'improvviso si riaprirono. Un pesce innanzi a me, quel contatto con la vita che cercavo invano da tempo, l'animale che da sempre bramavo (no, non era Nemo).
Contro la mia volontà, lo stavo respingendo.
(Cosa vuole sto stronzo da me?)
"Che stai pensando? Ripensalo ad alta voce se ne hai il coraggio!"
"Non stavo pensando di te".
Nuotai con forza cercando di risalire, mi stavo via via inabissando.
Toccai il fondo.
"Hai mai costruito dei palazzi?"
"Ho qualche problema con le fondamenta"
"Perchè allora non provi a farli volare?"
"Pesano troppo".
Delle braccia mi cinsero il petto, fui tirato fuori dall'acqua.
"Bentornato fra noi".
Ma io li guardavo e non capivo chi fossero, a chi mai appartenevano quelle strane facce?
"Fatemi rientrare nell'acqua!"
Fui trattenuto con la stessa forza con la quale si acciuffa un criminale.
La terra mi scivolò da sotto i piedi. Nuotai a lungo nella sabbia, ma non sarei arrivato lontano, non più lontano di quel pesce, che sguazzando nell'acqua avrebbe raggiunto i freddi abissi della vita.

09/09/07

I'm not there

Un film di Todd Haynes con Christian Bale, Cate Blanchett, Marcus Carl Franklin, Richard Gere, Heath Ledger, Ben Whishaw, Charlotte Gainsbourg, David Cross, Bruce Greenwood, Julianne Moore


"Non mi ritengo un poeta, perché non uso le parole. Sono un artista del trapezio."

Galleria d'arte "Todd Haynes": l'oggi, lo ieri e il domani dimorano nella stessa stanza, forme d'arte dissimili quali musica, poesia e cinema si armonizzano a tal punto da essere indistinguibili l'una dall'altra.
Arte che coinvolge i cinque sensi, che mette la percezione sopra la logica. Non razionalizziamo ciò che non possiamo veramente capire, piuttosto avviciniamoci sempre più allo schermo e facciamoci assorbire dall'incantevole flusso delle immagini.
Una bellezza che assurge a penetrazione dell'occhio con successiva discesa verso il cuore.
Impossibile alzarsi persin dopo la fine della visione, l'occhio come incantato resta lì a fissare quello schermo ormai vuoto nella speranza di poter contemplare ancora un simil spettacolo.
Un'opera libera, fuori dai canoni, non un semplice documentario sulla vita di uno dei più grandi artisti del novecento.
L'arte si mette davanti allo specchio e si ridipinge, si reinterpreta.
Quante strade deve percorrere un'artista, prima che si possa definire tale?
Su quali treni deve salire? Da quali balene essere inghiottito?
Questi cammini vengono perlustrati da Haynes attraverso vari personaggi rappresentanti ognuno un diverso aspetto del cantante.
In qualche modo l'artista viene svestito, ma persino Bob Dylan a volte deve stare nudo.
Stili registici diversi per raccontare differenti storie, ed anche un difforme modo di viverle, di penetrarle e narrarle.
Un film dalla struttura aperta, con diversi mondi e micromondi narrattivi che si intersecano: esattamente quello che serve a raccontare la storia di un anticonformista come Dylan, un personaggio molto complesso.
Una pietra che rotola nell'universo dylaniano, un viaggio immaginario, giustapposizione tra finzione e realtà.
Dissimulazioni, illusioni ellittiche che ci sfuggono da sotto gli occhi e ci spiazzano definitivamente.
Tutti i personaggi sono in un qualche modo "falsi", nessuno di essi è Dylan seppur lo siano tutti.
Tante, troppe etichette prendono fuoco per lasciar spazio all'immaginazione, ciò che Haynes mette al centro di questo piccolo (eppur così maestoso) universo filmico.
Dylan non emerge dal film, vi è immerso, lo si coglie afferrando l'insieme.
La sua voce non estrinseca semplici onde sonore, ma tante piccole mani che accarezzano.
Mani che dolcemente toccano volti di persone speranzose, sfiorano corde di grandi e gloriose armi "contro il fascismo".
Ma anche la voce di Dylan qui non si ode, viene "rieseguita" ed in qualche modo le mani recise e gettate sullo schermo.
La performance della Blanchett non va nemmeno commentata, qualsiasi cosa possa io dire non le renderebbe giustizia.
Un vero manifesto, questo film.
Rimarrà nei nostri occhi a lungo questa grande lezione di cinema.
Dome

"She's got everything she needs, she's an artist, she don't look back.
She could take the dark out the nighttime and paint the daytime black."

Leone d'oro, Venezia 64

Mi esprimerò solo dopo averlo visto, aspettative medie.
Intanto posso dirvi che "I'm not there" è un capolavoro, e che per la Blanchett non ci sono parole.
Il post fra poco.
Intanto, gli altri premi:
LEONE D'ARGENTO MIGLIOR REGIA: "Redacted" di Brian De Palma (sono curiosissimo, che possa riconciliarmi al Nostro?)
PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA: Ex-aequo "I'm Not There" di Todd Haynes e "La Grane et la Mulet" di Abdellatif Kechiche (apprezzatissimo dalla critica)
COPPA VOLPI Miglior attore: Brad Pitt (farà discutere) Miglior Attrice: Cate Blanchett (inarrivabile)
LEONE D'ORO SPECIALE PER L'INSIEME DELL'OPERA: "12" di Nikita Mikhalkov (anche di questo si parla un gran bene)
OSELLA PER LA SCENEGGIATURA: Paul Laverty "It's a Free World" di Ken Loach
OSELLA PER IL MIGLIOR CONTRIBUTO TECNICO: Rodrigo Prieto "Lust, Caution" (fotografia)

06/09/07

La Jetée

Francia 1963 Regia: Chris Marker Durata: 28 minuti B\N


Terza guerra mondiale, Parigi è distrutta.
Hanich viene selezionato come viaggiatore attrarso il tempo per via della forza con cui ricorda un tragico evento capitatogli da piccino, ora deve cercare di dare un futuro al genere umano.
Cinema sperimentale.
Questo cortometraggio, o meglio foto-romanzo, è realizzato interamente con fotografie fisse (se si escludono lo zoom iniziale e la sequenza della donna che sorride) commentate da voce narrante. Questa tecnica, così particolare, è estremamente suggestiva e trasmette scenari apocalittici oltre a farci riflettere sul potere dell'immagine.
Una forma d'arte così singolare (e complessa) da fuoriuscire da quelli che sono i confini del cinema fino a giungere nei territori della poesia.
Un capolavoro forse irripetibile per la sua complessità e la sua unicità.
La percezione sensoriale dello scorrere dei minuti, un'immagine alla volta.
Non viaggiamo noi nel tempo sfogliando un album fotografico? Lo stesso fa qui Markel.
Un film fortemente metafisico, allucinante nello splendido finale, pieno di interrogativi.
"L'uomo che visse due volte".
Paradossale, visionario, infine spiazzante.
L'immagine di una donna, il delirio della e nella mente, l'encefalo viaggiante, la suggestione dei ricordi.
Apocalisse.
Se il presente è tragico e nel futuro c'è amara salvezza il passato sembra essere l'unica vera risorsa. Un passato affascinante ove poter coltivare l'amore.
Sicuramente da riscoprire, questo gioello di Markel.
Ha fortemente ispirato "l'esercito delle 12 scimmie" di Terry Gilliam.
Dome

se voleste vederlo:
prima parte
seconda parte
terza parte

05/09/07

Pickpocket

Francia 1959 Regia: Robert Bresson Durata: 75 minuti B\N


Michel, borsaiolo per passione, ancora inesperto, incontra un professionista dal quale apprende tutti i trucchi del mestiere. Credendo di far parte di una sorta di elite si mette al di sopra della legge. Egoista e freddo (se non arido) avrà però modo di aprire il suo cuore a Jeanne.
Un racconto che gioca su freddezza e distacco potrebbe essere assimilato ad acqua demineralizzata per quanto appare depurato da ogni sorta di sentimentalismo. Eppure, pur restando volutamente in superficie, Bresson riesce a penetrare molto a fondo nell'animo umano mostrandocene la vera natura, senza voler nulla aggiungere ma semmai togliere. Lo spettatore si trova in un elastico dovuto alla contrapposizione tra "narrato" e "filmato". La lettura del diario da parte della voce narrante ci avvicina al protagonista, le sue azioni, il suo essere esitante, il suo carattere ce ne allontanano.
La mediocrità dell'uomo diventa splendore quando una storia d'amore riaccende la miccia dei sentimenti e scioglie le barriere glaciali del distacco. Si sfocia nella passione nell'unico dei finali possibili: l'abbandono definitivo dell'egoismo grazie all'incontro delle labbra attraverso le sbarre di una prigione. Distanze enormi causate dal vizio e dall'insensibilità divengono ora risibili.
Dal banale al complesso, la povertà si fa richezza. A sottolineare questo concetto vi è la sequenza più bella dell'interno film: la serie di furti alla Gare de Lyon (Parigi), sostenuta da un montaggio serratissimo, esprime il raggiungimento del grandioso attraverso tanti piccoli gesti, approdando dunque nello spettacolo "totale". Una realtà così spregevole giunta alla sua "summa criminale" diventa piena di fascino e diverte, intrattiene. L'occhio, prima distante, passa dal piano medio al primo piano.
Tutto lo sfondo della vicenda è "mediocre" e Michel cerca di sfuggirne, trovando rifugio nello "spettacolo" del furto, che da passione si fa ossessione, un vizio del quale diviene schiavo. Michel sfuma in questo sfondo, si opacizza fino a sparire, perde ogni scopo e interesse (fino all'arrivo dell'amore).
Un grandissimo film, che non per niente è il nick di uno che di cinema ne sa parecchio!
Dome
ps: il tronchetto mi ha restituito la connessione internet, e sono di nuovo fra voi

02/09/07

Soffio

Corea del Sud 2007 Regia: Kim Ki-Duk Durata: 84 minuti

Distese di dolore, catene che si spezzano all'assordante grido della morte.
Il trionfo del silenzio, cui le parole sono qui solo appendice, l'inabissamento nel lago di quotidianità stracolmo di vuoto. Emozioni che riemergono.
La comunicazione è repressa solo in apparenza, i suoni che riecheggiano nei vasti monti della sofferenza sono solo cornice, il non-verbo riempie il vuoto.
A che vale parlare quando la morte è fissata, inesorabile e solo di poco rinviabile?
Perchè il silenzio angoscia a tal punto? (Perchè in sala c'è chi deve parlarvi sopra costantemente? Perchè questa paura del non-detto? Perchè rompere la magia delle immagini?)
Non parliamo di impossibilità di esprimere concetti (mutismo), ma di consapevolezza che questi concetti vadano esternati in altro modo per risultare tanto profondi da spingersi ove le parole spesso non riescono a giungere: all'interno del cuore.
La sconfitta della quotidianità, arido deserto traboccante di cactus che graffiano l'anima lentamente ma altremodo inevitabilmente.
Vi è dunque la rinuncia ad una vita "normale" che non può più offrire emozioni (trovabili altrove attraverso la fuga dal tangibile e il rifugio nella "simulazione").
L'importanza dell'immagine (fotografia, graffito), specchio interiore e unico appiglio verso i sentimenti soffocati dal braccio della morte.
Il dolore stipato e dunque accumulato nel cuore esplode, un'eruzione vulcanica con magma che sfocia nel desiderio di morte.
Simulazioni.
Il susseguirsi (fittizio) delle stagioni, interrotto dal ritorno alla vita (apparentemente) normale (con conseguente lancio di palle di neve riconciliante), è un viaggio al di fuori delle sbarre che ci opprimono. La suggestione diventa dunque rievocazione di ferite mai rimarginate.
Le azioni non vanno giustificate a tutti i costi ma vissute. Una cultura così profondamente diversa dalla nostra non è comprensibile fino in fondo, l'importante è sapersi mettere in gioco, confrontarsi, immergersi in questo mondo e uscirne con le lacrime agli occhi.
Ciclico, ripetitivo ma mai noioso, soffio è sicuramente una delle esperienze più strazianti (da me) provate in sala quest'anno.
Difetti ne ha, ma lo spettro della maniera che si aggirava pericoloso è stato qui "soffiato" via.
Kim riprende sì elementi del passato: il silenzio (ferro 3), la ciclicità (primavera estate autunno inverno ... e ancora primavera), la quotidianità crudele (indirizzo sconosciuto), ma li illumina di nuova luce.
Il ciclo qui viene spezzato, il silenzio viene visto come risposta alle parole più che come loro sostituto (i silenzi non comunicano tra di loro, come in ferro 3).
Soprattutto si ha l'impressione che questa sia un'opera sincera, in grado di parlare direttamente allo spettatore come i migliori film dello stimato regista coreano.
Un vero e proprio fiume di emozioni in piena che scardina ogni possibilità di valutazione oggettiva; solo aprendo i canali del cuore si riesce ad apprezzare a dovere quest'ultimo grande film del regista.
Da vedere nella maniera più assoluta.
Dome