29/11/08

Nessuna verità (Ridley Scott)


Iraq nuovo Vietnam. Samarra come Saigon. Terra di conquista, frontiera contro un nemico invisibile, cadaveri insanguinati di democrazie da esportazione. Dopo Brian De Palma e Kathryn Bigelow, anche Ridley Scott ha scelto di calare la sua macchina da presa nella polvere della guerra e del deserto. Con minori pretese di sperimentazione linguistica rispetto ai primi due ma con la solita, collaudata, abilità registica e narrativa. La linea telefonica e le riprese satellitari come duplice filo di sutura nel bel montaggio di Pietro Scalia, che sceglie programmaticamente di annullare le distanze e insieme di evidenziarne appieno il senso. Forse qui l’elemento più interessante del film: la contrapposizione spaziale tra pedina/oggetto esposto/sul campo/lontano da casa (un grandissimo Leonardo Di Caprio) e manipolatore/controllore/burocrate/al sicuro nel suo ufficio-casa (l’imbolsito ma funzionale Russel Crowe). Nel gioco delle parti tra controllore e controllato ricorrono elementi (di certo non particolarmente nuovi) quali il sottilissimo confine che separa i buoni dai cattivi, l’ambiguità delle “verità” di guerra, il ribaltamento di identità, il gioco di specchi dello spionaggio e le sue implicazioni etiche (temi che in qualche modo collegano questo film allo Scorsese di “The Departed”). E comincia ad incrinarsi il fastidioso e monolitico manicheismo ideologico che il regista aveva fatto intravedere nel precedente “Black Hawk down”. Lo scacchiere delle diplomazie internazionali e i complessi rapporti tra l’amministrazione americana e l’alleato giordano lasciano trapelare l’immagine di un Medio Oriente saturo di ingiustizie e squilibri istituzionali, groviglio di enormi interessi economici e scenario di intricati giochi di potere. Dove le distanze che separano gli abili strateghi della menzogna dai fedeli servitori della patria sono minime. Difficili da scorgere per un occhio elettronico. Più facili da cogliere dentro lo sguardo di un uomo.