Milk (Gus Van Sant)

«Sono Harvey Milk e voglio reclutarvi tutti. » La questione urgente che solleva Milk, come ci suggerisce lo stesso Harvey Milk (o meglio il suo fantasma), è decisamente universale. Questione che riguarda l' “apparire”.
La maschera come artefatto viene utilizzata per nascondere qualcosa agli altri a livello fisico (“fuori”), la maschera che invece portiamo virtualmente (virtualmente perché è nel contatto con gli altri che la attuiamo, fino a quel momento resta invece “potenziale”) serve a coprire qualcosa di più profondo, qualcosa che abbiamo “dentro” e non vogliamo far emergere. Harvey Milk, ad un certo punto del film, chiede ai componenti del movimento gay di sbarazzarsi del secondo tipo di maschera, di mostrarsi per quello che sono. Sono le cose che non mostriamo agli altri a fare paura davvero (così come una scena violenta lasciata fuori campo è generalmente più angosciante, proprio perché possiamo “immaginare” quello che è nascosto, che non sta nel quadro) perché nascondere significa avere un buon motivo per tenersi dentro qualcosa agli occhi degli altri. Se hai qualcosa da nascondere l'accettazione diventa quasi impensabile. Il mondo evolve sempre più verso la falsa condivisione, che è più opportuno chiamare ostentazione. Se non ostenti hai qualcosa da nascondere e quindi fai paura. Apparire nel caso di Harvey Milk, personaggio pubblico, comporta un saper curare la propria immagine o, meglio ancora, un saperla vendere agli altri (e un saper pilotare/reclutare gli altri). Allora anche Milk è una maschera, un'immagine di speranza dietro la quale trovare riparo. Un'immagine che si dissolve dietro una finestra, perché apparire, uscire allo scoperto significa attirare su di sé il mirino dei cecchini.
Il cinema di Van Sant segue il procedimento della rivelazione (osservo e porto alla luce un fantasma), che è un tipo di osservazione diversa da quella dei suoi ultimi lavori (che prevedevano anche la “contemplazione” della visione). Questo non significa che Van Sant si sia messo da parte, come temevamo, per lasciare spazio ai personaggi (il film non si riduce a Harvey Milk ma è sicuramente poliedrico) e per fare un cinema più narrativo (ma sarebbe meglio dire prosaico). Il discorso sull'immagine è anche un discorso “con” l'immagine, basti vedere la bellissima inquadratura del riflesso di un fischietto (lo stesso fischietto che è anche un po' il simbolo del movimento, perché ricorda tutte le botte prese dai poliziotti e in certo senso dunque tutte le discriminazioni) o quella che segue alle spalle Josh Brolin, elephantiana, quanto il delirio esplode o la fotografia quasi “scarnificante”.
Un biopic complesso dunque, qualcuno ha tirato in ballo Milos Forman e effettivamente c'è un legame con il bellissimo Man on the Moon. SPOILER (a rigore) Sempre riguardo le apparizioni. Nella chiesa in cui ha luogo la scena finale (il funerale) di Man on the Moon vi è uno schermo, Andy Kaufman intrattiene i presenti, per l'ultima volta. C'è uno schermo in più, che non è una seconda bara, ma un "ritorno del morto" nell'immagine. Quello schermo in più è l'ultima burla di Kaufman, lo spazio in cui la [nuova] vita cinematografica prende forma. Una vita dietro due schermi, il primo è l'apparenza (nuovamente “apparizioni”), l'illusione [o la burla] che ci offre il cinema il secondo è quello della realtà che ci dice che Andy Kaufman è morto nonostante l'illusione di averlo ancora lì (c'è solo uno schermo “in più” per arrivare al protagonista, in fondo). Allo stesso modo l'immagine di Harvey Milk sopravvive dopo la sua morte, e trentamile persone armate di lume danno la caccia al fantasma, alla sua capacità di dare speranza, (quella di Andy Kaufman era di divertire, ma fondamentalmente il discorso non cambia) e inseguono quell'illusione che sia ancora vivo. In entrambi i casi il cinema ci mostra come l'immagine che una persona crea di sé vada sempre oltre la persona stessa. FINE SPOILER
Un Van Sant incisivo, supportato da un ottimo cast e soprattutto dal sempre grande Sean Penn, per un grande (e importante) film che riesce a scuotere (cosa che non bisogna mai sottovalutare).
La maschera come artefatto viene utilizzata per nascondere qualcosa agli altri a livello fisico (“fuori”), la maschera che invece portiamo virtualmente (virtualmente perché è nel contatto con gli altri che la attuiamo, fino a quel momento resta invece “potenziale”) serve a coprire qualcosa di più profondo, qualcosa che abbiamo “dentro” e non vogliamo far emergere. Harvey Milk, ad un certo punto del film, chiede ai componenti del movimento gay di sbarazzarsi del secondo tipo di maschera, di mostrarsi per quello che sono. Sono le cose che non mostriamo agli altri a fare paura davvero (così come una scena violenta lasciata fuori campo è generalmente più angosciante, proprio perché possiamo “immaginare” quello che è nascosto, che non sta nel quadro) perché nascondere significa avere un buon motivo per tenersi dentro qualcosa agli occhi degli altri. Se hai qualcosa da nascondere l'accettazione diventa quasi impensabile. Il mondo evolve sempre più verso la falsa condivisione, che è più opportuno chiamare ostentazione. Se non ostenti hai qualcosa da nascondere e quindi fai paura. Apparire nel caso di Harvey Milk, personaggio pubblico, comporta un saper curare la propria immagine o, meglio ancora, un saperla vendere agli altri (e un saper pilotare/reclutare gli altri). Allora anche Milk è una maschera, un'immagine di speranza dietro la quale trovare riparo. Un'immagine che si dissolve dietro una finestra, perché apparire, uscire allo scoperto significa attirare su di sé il mirino dei cecchini.
Il cinema di Van Sant segue il procedimento della rivelazione (osservo e porto alla luce un fantasma), che è un tipo di osservazione diversa da quella dei suoi ultimi lavori (che prevedevano anche la “contemplazione” della visione). Questo non significa che Van Sant si sia messo da parte, come temevamo, per lasciare spazio ai personaggi (il film non si riduce a Harvey Milk ma è sicuramente poliedrico) e per fare un cinema più narrativo (ma sarebbe meglio dire prosaico). Il discorso sull'immagine è anche un discorso “con” l'immagine, basti vedere la bellissima inquadratura del riflesso di un fischietto (lo stesso fischietto che è anche un po' il simbolo del movimento, perché ricorda tutte le botte prese dai poliziotti e in certo senso dunque tutte le discriminazioni) o quella che segue alle spalle Josh Brolin, elephantiana, quanto il delirio esplode o la fotografia quasi “scarnificante”.
Un biopic complesso dunque, qualcuno ha tirato in ballo Milos Forman e effettivamente c'è un legame con il bellissimo Man on the Moon. SPOILER (a rigore) Sempre riguardo le apparizioni. Nella chiesa in cui ha luogo la scena finale (il funerale) di Man on the Moon vi è uno schermo, Andy Kaufman intrattiene i presenti, per l'ultima volta. C'è uno schermo in più, che non è una seconda bara, ma un "ritorno del morto" nell'immagine. Quello schermo in più è l'ultima burla di Kaufman, lo spazio in cui la [nuova] vita cinematografica prende forma. Una vita dietro due schermi, il primo è l'apparenza (nuovamente “apparizioni”), l'illusione [o la burla] che ci offre il cinema il secondo è quello della realtà che ci dice che Andy Kaufman è morto nonostante l'illusione di averlo ancora lì (c'è solo uno schermo “in più” per arrivare al protagonista, in fondo). Allo stesso modo l'immagine di Harvey Milk sopravvive dopo la sua morte, e trentamile persone armate di lume danno la caccia al fantasma, alla sua capacità di dare speranza, (quella di Andy Kaufman era di divertire, ma fondamentalmente il discorso non cambia) e inseguono quell'illusione che sia ancora vivo. In entrambi i casi il cinema ci mostra come l'immagine che una persona crea di sé vada sempre oltre la persona stessa. FINE SPOILER
Un Van Sant incisivo, supportato da un ottimo cast e soprattutto dal sempre grande Sean Penn, per un grande (e importante) film che riesce a scuotere (cosa che non bisogna mai sottovalutare).

